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Festival dello Sport: Zenga, l’uomo ragno nella tela del calcio

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Lo sportivo (61 anni) ha legato il proprio nome all’Inter, con cui ha disputato 473 incontri, vincendo uno scudetto, una Supercoppa e due Coppe UEFA. In nazionale ha totalizzato 58 presenze, prendendo parte a due campionati del mondo (Messico 1986 e Italia 1990) e a un campionato d’Europa (Germania 1988).Spesso Zenga parla nel libro di un impermeabile magico: “Il calcio. Ti fa scivolare tutto di dosso. Cito spesso di mio padre, con cui non ho avuto un rapporto facile. Non ci parlavamo, ma è venuto a vedermi la prima volta da giocatore e poi da allenatore. Ora i miei figli, vi ricordate cosa é successo al Grande Fratello, mi accusano di non aver buoni rapporti con me. Ma in realtà per loro io ci sono sempre. A diversi anni ci sono maturità diverse, la vita ti cambia”.

Era l’uomo ragno, protetto dalla ragnatela del calcio. Walter Zenga ora non è soltanto un allenatore ed ex calciatore, di ruolo portiere. Considerato tra i pali uno dei migliori di tutti i tempi Zenga é anche uno dei primi personaggi trasversali dello sport, capace di mostrare un talento indiscutibile tra i pali, ma anche nella comunicazione e in tv. Dotato di un sorriso sfrontato ed accattivante, Zenga si è raccontato al Festival parlando con Andrea Elefante del suo libro “Ero l’uomo ragno. La vita, il calcio, l’amore” .

Lo sportivo (61 anni) ha legato il proprio nome all’Inter, con cui ha disputato 473 incontri, vincendo uno scudetto, una Supercoppa e due Coppe UEFA. 

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In nazionale ha totalizzato 58 presenze, prendendo parte a due campionati del mondo (Messico 1986 e Italia 1990) e a un campionato d’Europa (Germania 1988). Tolti i guantoni ha iniziato la carriera di allenatore, passando dagli Stati Uniti alla Romania, dalla Turchia fino all’Arabia Saudita e guidando in Italia il Catania, il Palermo, la Sampdoria, il Crotone, il Venezia e il Cagliari.

Fino ad oggi ha vinto un campionato romeno con la Steaua Bucarest ed un campionato serbo-montenegrino con la Stella Rossa: “Si è vero, mi sono ispirato all’autobiografia di Agassi, Open, nello scrivere questo libro. Non c’è solo un racconto calcistico, si mescolano vita e carriera. Viaggiano paralleli l’uomo, con tutti i suoi problemi. E poi c’è lo sportivo ed è tutta un’altra persona che vive in una sorta di bolla, protetto. Da allenatore invece non puoi nasconderti, non devi mai mostrarti debole. Insisto molto su questi due aspetti, divisi”,

Spesso Zenga parla nel libro di un impermeabile magico: “Il calcio. Ti fa scivolare tutto di dosso. Cito spesso mio padre, con cui non ho avuto un rapporto facile. Non ci parlavamo, ma poi c’era sempre, è venuto a vedermi la prima volta da giocatore e poi da allenatore. Ora i miei figli, vi ricordate cosa é successo al Grande Fratello, mi accusano di non aver buoni rapporti con me. Ma in realtà per loro io ci sono sempre. A diversi anni ci sono maturità diverse, la vita ti cambia”.

La sua vita è cambiata davvero: “Ora sono residente a Dubai dal 2010, i due figli piccoli li ho visti crescere. Reagisco in modo diverso ai tradimenti. Quando ero ad allenare la Sampdoria, alla sosta di novembre, volevo stare con la mia famiglia, mi hanno imposto una partita amichevole in Turchia, con il Galatasaray, e ho provato cosa vuole dire il tradimento all’interno del mio staff. Hanno cambiato faccia in due giorni”.

Una carriera da giramondo: “Ho dovuto adattarmi, imparare tante culture. Negli intervalli delle partite in Arabia Saudita dovevo fare i conti con le preghiere dei miei giocatori, visto che ci sono 5 momenti al giorno dedicati a queste, anche nelle pause del match”.

Le difficoltà maggiori Zenga le ha avute con i giornalisti: “Mi definivano il bullo di viale Ungheria, dalla zona dove sono nato e cresciuto. Si pensa al bullo come uno spaccone, in realtà spesso difende i diritti dei più deboli. Con i giornalisti passavo da bullo ma non era così. Per fortuna nel mio passato non c’erano i social, ed era un bene, ma non avevamo nemmeno i telefonini e questo non ci rendeva sempre disponibili”.

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